Il fegato è il principale organo responsabile della disintossicazione e del metabolismo. Con un peso di circa 1,5 kg è tra gli organi interni più grandi e rappresenta la ghiandola più voluminosa del nostro corpo. Tutto ciò che ingeriamo come alimenti, farmaci o sostanze nocive come alcol e con cui veniamo a contatto come tossine ambientali viene elaborato dal fegato, che svolge quindi un ruolo centrale nei processi metabolici.
Le sostanze nutritive assorbite dall’intestino entrano nel flusso sanguigno attraverso la vena porta, raggiungendo il fegato, dove vengono utilizzate, immagazzinate, trasformate o smaltite. Se non immediatamente necessari, i nutrienti vengono conservati nelle cellule epatiche, in particolare sotto forma di zuccheri e grassi. Il fegato immagazzina lo zucchero come glicogeno, rilasciandolo sotto forma di glucosio quando i livelli di zucchero nel sangue si abbassano drasticamente.
Oltre a fungere da riserva energetica, il fegato immagazzina vitamine come la vitamina A, B12 e l’acido folico, oltre a oligoelementi come ferro e rame. Produce anche fattori di coagulazione, essenziali per la cicatrizzazione delle ferite e sintetizza proteine fondamentali per il trasporto di grassi, ormoni e colesterolo.
E non è tutto! Il fegato svolge circa 500 funzioni, molte delle quali essenziali per la nostra salute. “Non posso elencarle tutte”, spiega il Prof. Ali E. Canbay, esperto nella prevenzione e nel trattamento delle malattie epatiche, “ma non a caso, nella mitologia cinese, il fegato è considerato la ‘madre’ e il cuore il ‘figlio’. Nell’antichità veniva chiamato anche l’anima del corpo e non è un caso: se il fegato non sta bene, ne risentono anche tutti gli altri organi”.
La sua funzione principale è la disintossicazione. Trasforma l’ammoniaca tossica in urina ed elimina l’alcol convertendolo in grasso, motivo per cui un consumo eccessivo di alcolici porta all’accumulo di grasso nell’organismo. Inoltre, depura il sangue eliminando ormoni, cellule danneggiate, batteri, sostanze nocive e farmaci. Un compito enorme, reso ancora più impegnativo dal nostro stile di vita. “Lo stile di vita occidentale non è certo ideale per la salute del fegato”, continua il Prof. Canbay, “ma nessun altro organo è così indulgente. La sua capacità di rigenerazione è straordinaria: per esempio, un fegato grasso causato dall’alcol può riprendersi completamente in pochi mesi, semplicemente smettendo di bere”.
Come si capisce se il fegato è ammalato?
Di solito ci si accorge di un problema al fegato solo quando le analisi del sangue rivelano valori epatici alterati, segno di un danno già in atto alle cellule epatiche. Le cause più comuni delle malattie epatiche includono l’alcol, l’obesità, un’alimentazione ricca di grassi, l’uso prolungato di farmaci e l’esposizione a sostanze tossiche ambientali. Anche infezioni da virus, come quelli dell’epatite, batteri, patologie dei dotti biliari e la presenza di calcoli possono compromettere la salute del fegato.
La malattia epatica più diffusa è il fegato grasso, che colpisce un adulto su tre in Europa, con numeri in crescita. Questa condizione si verifica quando il fegato accumula più grassi di quanti ne riesca a smaltire, spesso a causa di uno stile di vita poco sano.
Il fegato grasso spesso passa inosservato per anni, fino a quando non si manifestano sintomi evidenti. “Un fegato malato può compromettere il cuore e il sistema muscolare”, avverte il Prof. Ali E. Canbay. “Se sviluppi un fegato grasso a 35 anni, ti assicuro che entro i 65 avrai un infarto.”
I primi segnali di una malattia epatica, da non sottovalutare, includono stanchezza, affaticamento e una sensazione di pressione nella parte superiore destra dell’addome. Con il tempo, i sintomi diventano più preoccupanti: ingiallimento della pelle e degli occhi, prurito, vomito e dolore nella zona del fegato. Nei casi più gravi possono insorgere emorragie gastrointestinali, ingrossamento della milza e una maggiore predisposizione alle infezioni, tutti segni di cirrosi epatica.
Il fegato, inoltre, non invia segnali di dolore, motivo per cui è fondamentale controllare regolarmente i valori epatici con esami del sangue, indipendentemente dall’età, per prevenire complicazioni.
È ancora diffusa l’idea che i danni al fegato siano causati principalmente dall’abuso di alcol, ma questa convinzione è errata. Sempre più spesso, i medici riscontrano danni epatici anche in persone che consumano alcol in quantità minime o per nulla.
“Oggi circa il 25 % della popolazione mondiale soffre di fegato grasso non alcolico e questa percentuale è destinata a crescere nei prossimi anni”, spiega il Prof. Canbay. Questa condizione colpisce soprattutto le donne, i diabetici e le persone obese, ma anche il fegato grasso di origine alcolica resta un serio problema di salute.
La steatosi epatica, ovvero l’accumulo di grasso nel fegato, si classifica in tre stadi a seconda della gravità della condizione.
Classificazione del fegato grasso:
• Grado 1 (lieve): accumulo di grasso in meno di un terzo delle cellule epatiche.
• Grado 2 (moderato): accumulo di grasso in meno di due terzi delle cellule epatiche.
• Grado 3 (grave): accumulo di grasso in più di due terzi delle cellule epatiche.
Se la malattia del fegato grasso è accompagnata da un’infiammazione, si parla di steatoepatite, che può essere non alcolica (NASH) o alcolica (ASH). Senza un cambiamento costante dello stile di vita, l’infiammazione epatica può evolvere in fibrosi epatica, un processo in cui il tessuto epatico viene progressivamente sostituito da tessuto connettivo, riducendo la funzionalità del fegato. Questo danno è generalmente irreversibile e può portare alla cirrosi epatica, una condizione avanzata della malattia epatica cronica, associata a una significativa riduzione dell’aspettativa di vita.
Nei Paesi industrializzati, la cirrosi epatica colpisce circa 250 persone ogni 100.000, con una prevalenza doppia negli uomini rispetto alle donne. Tra coloro che soffrono di NASH, il 10-20 % sviluppa fibrosi epatica e circa il 5 % progredisce fino alla cirrosi. Nel caso della ASH, il rischio di sviluppare cirrosi sale fino al 30 %. In questa fase avanzata, l’unica opzione terapeutica efficace è il trapianto di fegato.
La distinzione tra danno epatico alcolico e non alcolico sta diventando sempre meno definita. “Nel nostro contesto, ci troviamo spesso di fronte a persone che presentano entrambi i problemi: consumano alcol in modo moderato, ma sono anche obese e praticano poca attività fisica. Basta un solo bicchiere di vino rosso al giorno per favorire lo sviluppo della cirrosi epatica”, spiega il medico e professor Ali E. Canbay.
Canbay descrive poi le abitudini che contribuiscono a questo fenomeno: “Un leone caccia la sua preda e mangia solo ciò di cui ha bisogno. Noi, invece, passeggiamo per una via piena di negozi, sentiamo il profumo di una salsiccia e la mangiamo, poi vediamo una bancarella di kebab e cediamo nuovamente alla tentazione. Questo continuo sovraccarico spinge il fegato ai suoi limiti. Se poi aggiungiamo un consumo regolare di fruttosio al di fuori dei pasti, il danno è ancora maggiore. Pensiamo che una spremuta d’arancia sia salutare, ma dimentichiamo che equivale a ingerire cinque, sei o sette arance in una volta sola, un vero stress per il fegato!”
Fegato affaticato senza consumare alcol?
“Dove c’era il mio fegato, ora c’è un minibar”, si dice bonariamente. Tuttavia, non è solo il consumo di alcol a danneggiare il fegato: anche un microbiota intestinale alterato può contribuire allo sviluppo di problemi epatici. Durante ulteriori accertamenti, è emerso che un paziente soffriva di un’infiammazione al fegato a causa di una dieta ricca di carboidrati.
Sebbene non consumasse alcolici, il suo tasso alcolemico era di circa 0,4‰. Questo fenomeno è noto come “sindrome della fermentazione intestinale o sindrome dell’autoproduzione di birra” e si verifica quando alcuni batteri intestinali producono etanolo. Di conseguenza, le persone colpite possono manifestare sintomi di ubriachezza senza aver assunto consapevolmente una goccia di alcol.
I ricercatori hanno isolato un particolare ceppo di batteri e lo hanno somministrato a dei topi, che successivamente hanno sviluppato un fegato grasso. “Questo fenomeno dimostra chiaramente che il fegato non può essere considerato in modo isolato. In piccole quantità, molte persone metabolizzano i carboidrati, come lo zucchero, trasformandoli in alcol senza rendersene conto. Sono i batteri intestinali, responsabili di questo processo, a giocare un ruolo chiave”, spiega il Prof. Canbay.
Poiché la quantità di alcol prodotta nell’intestino è relativamente ridotta, il livello di alcol nel sangue subisce solo minime variazioni e passa inosservato. Tuttavia, questo fenomeno rappresenta un carico costante e silenzioso per il fegato.
Lo stile di vita occidentale tende a modificare l’equilibrio dell’ambiente intestinale, alterando la composizione del microbiota e favorendo la proliferazione di batteri che producono ulteriore etanolo. Inoltre, una maggiore permeabilità della parete intestinale, aggravata dalle abitudini poco sane, permette alle tossine di raggiungere il fegato senza un’adeguata filtrazione, innescando un circolo vizioso.
L’approfondimento del legame tra intestino e malattie epatiche ha non solo migliorato la comprensione delle interazioni tra questi due organi, ma ha anche aperto la strada a nuovi approcci per preservarne la salute. In questo contesto, i probiotici sono di particolare importanza in merito alle nuove strategie terapeutiche.
Asse fegato-intestino: il potere dei probiotici
Una delle scoperte più interessanti nella ricerca sul microbioma è che i batteri intestinali possono influenzare la funzione di altri organi, incluso il fegato, che si trova nelle loro immediate vicinanze. Il Prof. Canbay spiega questa connessione:
“Quando parliamo dell’asse intestino-fegato, tutto inizia con il cibo che, attraverso la bocca e lo stomaco, arriva nell’intestino. Qui, alcuni batteri lo metabolizzano e i nutrienti assorbiti entrano nel fegato direttamente tramite la circolazione. Molti piccoli vasi sanguigni dell’intestino confluiscono nella vena porta epatica che trasporta tutte le sostanze assorbite verso il fegato, il principale organo di disintossicazione. A sua volta, il fegato rilascia acidi biliari che influenzano la composizione del microbioma, creando un ciclo continuo tra intestino e fegato. Questo equilibrio ha un impatto diretto anche sull’efficacia dei farmaci: maggiore è la diversità del microbioma, meglio i farmaci vengono metabolizzati nell’intestino e successivamente utilizzati o scomposti dal fegato.”

In condizioni normali, con una barriera intestinale intatta, solo alcuni componenti batterici (come endotossine e DNA batterico) o sostanze tossiche entrano nel sangue e vengono rapidamente neutralizzati dal fegato. Tuttavia, se la barriera intestinale è compromessa, il fegato si sovraccarica e si infiamma. Se le sostanze nocive non vengono più scomposte e raggiungono la circolazione sanguigna, si attivano le cellule immunitarie, le quali possono causare danni anche ad altri organi.
Anche il tessuto adiposo è strettamente legato al fegato e al metabolismo. Le sostanze messaggere prodotte dal grasso addominale possono alterare il metabolismo degli zuccheri nel fegato, favorendo lo sviluppo del diabete. Questo, a sua volta, porta all’accumulo di grasso nelle cellule epatiche, contribuendo alla comparsa del fegato grasso. Nelle fasi avanzate delle malattie epatiche croniche, come la cirrosi, la composizione del microbioma intestinale risulta gravemente alterata, la barriera intestinale diventa più permeabile e la funzionalità epatica viene compromessa. Di conseguenza, i pazienti con cirrosi diventano più vulnerabili alle infezioni.
In questo contesto, la modulazione mirata del microbioma tramite probiotici multispecie appositamente sviluppati offre nuove prospettive terapeutiche. “I primi studi hanno dimostrato che l’assunzione di probiotici specifici migliora i valori epatici e la funzionalità del fegato sia nei pazienti con cirrosi che in quelli con fegato grasso. Naturalmente, una dieta equilibrata e un’attività fisica regolare sono fondamentali, ma il probiotico gioca un ruolo chiave nel ripristinare l’equilibrio batterico intestinale e proteggere il fegato da ulteriori danni. Per questo motivo, lo consiglio ai miei pazienti con problemi epatici”, afferma il Prof. Canbay.
Un recente studio randomizzato e controllato con placebo ha analizzato l’effetto di un probiotico multispecie su pazienti con cirrosi epatica stabile. Dopo sei mesi di trattamento, il gruppo che assumeva probiotici ha mostrato un miglioramento significativo della funzionalità epatica, oltre a un rafforzamento della risposta immunitaria cellulare e antimicrobica, un aspetto cruciale per i pazienti a rischio di infezioni. È stato inoltre osservato un netto miglioramento della qualità della vita.
L’analisi dell’influenza dei probiotici sulla flora intestinale ha dato risultati promettenti: è stata riscontrata una maggiore colonizzazione di ceppi batterici in grado di produrre acidi grassi a catena corta (SCFA), sostanze che riducono l’infiammazione intestinale e rafforzano la barriera intestinale. Questo significa che meno tossine passano dall’intestino al fegato, permettendo all’organo di rigenerarsi e di svolgere al meglio le sue funzioni vitali per la nostra salute.
Il Prof. Dr. Ali E. Canbay è direttore di clinica e specialista in Medicina Interna e Gastroenterologia presso l'Ospedale Universitario Knappschaftskrankenhaus di Bochum. Riconosciuto a livello nazionale e internazionale, è esperto nel trattamento, nella prevenzione e nella ricerca sulla cirrosi epatica, sull'insufficienza epatica acuta e sui tumori del fegato e dei dotti biliari.