Dott.ssa Anita Frauwallner: Si occupa da vicino di diverse malattie mentali, soprattutto dei disuturbi bipolari e delle depressioni non solo in clinica, bensì anche nell’ambito della ricerca. Spesso si sente dire da amici o familiari “Oggi mi sento depresso”, ma che cosa si intende davvero per depressione?
Prof.ssa Eva Reininghaus: A ognuno di noi capita di avere sbalzi di umore e sarebbe piuttosto strano sentirsi sempre alla stessa maniera. Uno dei principali sintomi della depressione è dato da episodi di umore depresso. Cambiamenti dell’umore vengono misurati attraverso le cosiddette “mappe dell’umore” (“mood charts”), ossia dei diari dell’umore. Altri sintomi tipici della depressione sono dati dalla perdita dell’interesse per gli hobby e le consuete attività piacevoli (anedonia) oppure dalla mancanza di energia e motivazione. Se si manifestano almeno due di questi sintomi per un periodo di 14 giorni, è legittimo pensare che si possa trattare di una depressione. Vi sono tuttavia diversi sintomi secondari, tra i quali due sono necessari per diagnosticare questa patologia. Una scarsa concentrazione, che può ridurre notevolmente la qualità della vita, è uno di questi: i pazienti hanno la sensazione di non riuscire a seguire il filo di un discorso oppure di un articolo di giornale. Recuperare la capacità di concentrarsi dopo una deressione rappresenta un fattore fondamentale per riuscire a riprendere in tempi brevi a lavorare.
Dott.ssa Anita Frauwallner: La depressione è un argomento ampliamente studiato. Si possono citare alcune cause concrete?
Prof.ssa Eva Reininghaus: Le cause di una depressione sono molteplici e alcuni casi non sono ancora del tutto chiari. È ormai noto che la familiarità giochi un ruolo importante, tuttavia non è stato individuato alcun gene particolare. Traumi o tensioni psichiche possono rappresentare una tra le possibili cause così come fattori di stress acuto e cronico. Infine, anche una dieta non bilanciata fin dalla giovane età potrebbe rivelarsi determinante.
Attualmente si stanno conducendo ricerche sulle cause nel campo dello stress ossidativo e nell’ambito della genetica e dell’epigenetica. Si studiano quali fattori influenzano e determinano l’attività genica e quindi lo sviluppo cellulare, ossia quali “fattori ambientali” regolano quando e in quale misura determinati geni vengono attivati o disattivati.
Particolarmente interessante e importante è il tema dell’infiammazione cronica: si ritiene che le fasi depressive e anche il disturbo bipolare possano essere mantenuti o nuovamente scatenati da una “low grade inflammation”, un’infiammazione silente, ogni volta che questi processi infiammatori nel corpo si riattivano.
Anche l’obesità esercita un influsso significativo sulle patologie psichiche. In psichiatria subentrano spesso malattie metaboliche concomitanti: molti pazienti sono in sovrappeso e soffrono di obesità, diabete o problemi cardiovascolari, ma questo non dipende solo dai farmaci. Alcuni studi mostrano che tra i giovani sono sempre più diffuse patologie strettamente correlate ai disturbi mentali come l’obesità e le infiammazioni di basso grado, rendendoli una categoria a rischio. Questo fa pensare che le infiammazioni dovute all’obesità e alle malattie mentali siano in grado di rafforzarsi vicendevolmente: è noto che nei soggetti affetti da disturbi maniaco-depressivi e obesità aumenta la probabilità che la malattia psichica abbia un decorso più complicato.
Dott.ssa Anita Frauwallner: Queste infiammazioni silenti sono già emerse in numerosi studi effettuati su diverse malattie aventi origine nell’intestino, le quali mettono a dura prova l’intero organismo. Tali infiammazioni possono alterare la permeabilità intestinale e causare la sindrome dell’intestino permeabile o “Leaky Gut Syndrome”, a causa della quale sostanze nocive e tossine penetrano nel corpo e raggiungono persino il cervello. Quale connessione esiste secondo Lei tra l’intestino e il cervello e che tipo di legame c’è tra l’intestino e la depressione?
Prof. ssa Eva Reininghaus: Molti pensano che il cervello gestisca il pensiero e l’intestino la digestione, ma la scienza ci dice che anche anche l’intestino influisce sulle funzioni cerebrali. Esso, infatti, comprende milioni di cellule nervose e questo sistema nervoso enterico (in sigla SNE) prende il nome di “cervello della pancia”. L’intestino svolge le più svariate funzioni: analizza la composizione dei nutrienti, coordina l’assorbimento e l’espulsione di diverse sostanze e regola il trasporto del cibo. Controlla inoltre l’equilibrio tra i neurotrasmettitori come la serotonina o la noradrenalina. Il 95% di tutta la serotonina, ossia l’ormone dell’umore, viene prodotta nell’intestino. Cervello e intestino sono dunque strettamente correlati e comunicano in entrambe le direzioni grazie ai nervi, al sangue e agli ormoni.
Tra cervello e intestino vi è uno stretto legame bidirezionale.
Sappiamo inoltre che lo stress danneggia l’intestino e la mucosa intestinale, rendendola maggiormente permeabile. Questi danni compromettono a loro volta anche il microbiota ed è dunque probabile che nei pazienti affetti da disturbi mentali vi sia un ridotto patrimonio batterico a disposizione, che altera anche la produzione di neurotrasmettitori. Tale alterazione è stata dimostrata da uno studio effettuato su un totale di 32 pazienti affetti da bipolarismo, i quali hanno presentato una diversità del corredo batterico piuttosto ridotta in associazione a una durata più lunga del disturbo.
Interessante, dal mio punto di vista, è l’influenza esercitata dalla flora intestinale sulle cellule microgliali, le cosiddette “spazzine” cerebrali, il cui processo di maturazione e attivazione è regolato dal microbiota intestinale. Per concludere, possiamo quindi affermare che intestino e umore sono tra loro strettamente correlati.
Dott.ssa Anita Frauwallner: In passato sono stati condotti pochi studi sugli effetti dei probiotici sui pazienti affetti da depressione. Attualmente sta cercando di colmare questa lacuna insieme a un team di ricercatori attraverso studi clinici sull’utilizzo di ceppi batterici ad azione particolarmente antinfiammatoria su pazienti colpiti da diverse patologie psichiatriche. Quali risultati sono già stati raggiunti fino ad ora?
Prof.ssa Eva Reininghaus: In precedenza, ho accennato al fatto che la diminuita capacità di concentrarsi a seguito di un disturbo psichico rappresenta per molti un ostacolo al recupero di una vita normale. A questo proposito, abbiamo condotto una ricerca in cui abbiamo somministrato a 25 pazienti affetti da bipolarismo un probiotico a base di ceppi batterici antinfiammatori per un periodo di tre mesi. Tutti i pazienti si trovavano nella cosiddetta fase di eutimia (ovvero in una condizione neutrale dell’umore). Dopo il primo mese e a tre mesi di distanza dall’inizio della terapia probiotca sono stati effettuati diversi test della memoria dall’esito sorprendente, poiché è stato riscontrato un notevole aumento delle prestazioni cognitive. Attraverso ulteriori esami abbiamo poi misurato la capacità di trarre conclusioni e risolvere i problemi, la velocità di elaborazione e la flessibilità cognitiva: in tutti questi casi i pazienti hanno mostrato netti miglioramenti e molti di loro hanno inoltre riportato un miglioramento della digestione. Saranno tuttavia necessari ulteriori studi per analizzare nel dettaglio gli effetti dell’impiego di probiotici: lo studio non è stato né condotto in doppio cieco, quindi i pazienti sapevano quale preparato avrebbero assunto, né controllato con placebo.
Subito dopo il successo del nostro studio pilota abbiamo avviato due ulteriori progetti: con il primo intendiamo osservare gli effetti dei probiotici sulla depressione, mentre il secondo (randomizzato e controllato con placebo) mira a studiare l’influenza dei probiotici sul corpo e la psiche di pazienti stabili affetti da depressione.
I primi risultati ci danno motivo di pensare che i probiotici siano in grado di influenzare positivamente il decorso delle patologie psichiche e migliorare la memoria. Non resta che comprovare in forma definitiva la veridicità di questa supposizione attraverso ulteriori studi.
Dott.ssa Anita Frauwallner: La ringrazio molto per l’intervista e restiamo in attesa di ulteriori scoperte interessanti.
*La Prof.ssa Eva Reininghaus, MBA, è la vicepresidente della Clinica e Direttrice dell’Unità di Ricerca sui fondamenti di neurobiologia e delle particolarità antropometriche tipiche dei disturbi affettivi bipolari presso la Clinica Universitaria di Psichiatria e Medicina Psicoterapeutica di Graz. I suoi progetti di ricerca si occupano di studiare gli effetti del microbioma intestinale e dei probiotici in relazione alle patologie psichiche.
Depressione: che cos'è?
Le forme di depressione sono una delle patologie più frequenti e allo stesso tempo sottovalutate in relazione al loro significato per i pazienti e la società stessa. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la depressione rappresenta, dopo i problemi cardiovascolari, una delle malattie che apportano la maggior sofferenza. Si stima che ogni anno subentrino fino a due nuovi casi di depressione su 100 persone e che il 16-20 % degli individui sviluppi prima o poi una forma di depressione. Se dovessero manifestarsi più sintomi principali e aggiuntivi in un periodo di almeno due settimane, si può formulare una diagnosi di depressione. La gravità (lieve, media, elevata) della patologia dipende tuttavia da quanti tra i seguenti sintomi vengano effettivamente riscontrati:
Principali sintomi della depressione
(almeno 2)
- umore depresso
- perdita di interesse, anedonia
- mancanza di motivazione, aumentata facilità a stancarsi
Sintomi aggiuntivi
(almeno 2)
- scarsa concentrazione e attenzione
- autosvalutazione e mancanza di fiducia in se stessi
- sentimenti di colpa e di mancanza di valore
- pensieri negativi e pessimisti sul futuro
- disturbi del sonno
- inappetenza
- autolesionismo
Oggigiorno, le depressioni si possono tranquillamente trattare e curare. Tuttavia, alcuni pazienti continuano a presentare sintomi residui quali problemi gastroenterologici, stanchezza o difficoltà a concentrarsi.
Oltre al trattamento degli episodi depressivi acuti, è importante contrastare la ricomparsa della depressione: il rischio di ricaduta nei primi due anni è pari al 50%.